Wednesday, April 7, 2010

Le liberalizzazioni scomode


È di questi giorni la notizia secondo la quale il governo starebbe valutando l'ipotesi di reintrodurre le tariffe minime per i servizi offerti dai professionisti italiani. Si tratterebbe, insomma, di abolire il provvedimento con il quale l'ex ministro dello sviluppo economico, attuale segretario del PD, Pierluigi Bersani si proponeva di liberalizzare questo settore del mercato aprendolo maggiormente alla concorrenza.

Le motivazioni addotte dal ministro della Giustizia Angelino Alfano per giustificare un tale intento sono di diversa natura. Innanzitutto c'è il fatto che i professionisti, come molte altre categorie, stanno risentendo della crisi economica degli ultimi due anni. Si suppone, dunque, che la reintroduzione delle tariffe minime potrebbe contribure a far percepire in maniera meno violenta questo problema. L'utente, infatti, non potrebbe più trattare il costo della prestazione minacciando di rivolgersi altrove ma dovebbe accettare di pagare di una tariffa minima, uguale per ogni professionista del settore. La seconda motivazione portata riguarda la difficoltà per il cliente di comprendere i tariffari sui quali dovrebbe trovare un accordo con il professionista ed il rischio, dunque, che il primo non si renda conto che a costi più bassi possano corrispondere prestazioni di qualità inferiore. I terzo elemento individuato dal governo quale motivazione della nuova linea è il tratto punitivo che i provvedimenti di Bersani avrebbero avuto nei confronti di una categoria, quella dei liberi professionisti che è stata spesso guardata dalla sinistra con una certa diffidenza, per via di un'ingiustificata equivalenza tra professionista ed evasore.
Non si può negare che c'è del vero in queste argomentazioni. Il problema, è che, come spesso accade in Italia, dietro sante motivazioni vengono nascoste scelte che, nella migliore delle ipotesi vanno definite illiberali, in quanto volte a difendere condizioni di privilegio riservate a categorie vicine o contigue a gruppi di potere a loro volta collegati con questo o quel partito politico. Ciò ovviamente a danno della gran parte dei cittadini che, invece, non può e non vuole urlare per farsi sentire.
Come si potrebbe dunque venire incontro ai legittimi rilievi del governo riguardo ai presunti mali che le cosiddette "lenzuolate" di Bersani avrebbero prodotto? Ecco una proposta. Gli obiettivi generali da perseguire sono: 1. favorire la mobilità sociale, praticamente inesistente in Italia, permettendo l'accesso alle professioni a nuovi soggetti che non possono contare su una lunga tradizione familiare ma non per questo sono meno capaci; 2. tenere bassi i prezzi dei servizi sfruttando i meccanismi della libera concorrenza; 3. garantire la trasparenza, così da permettere all'utente del servizio di scegliere consapevolmente.
Una soluzione adatta ai nostri tempi sarebbe quella di creare dei portali internet, magari a cura degli ordini professionali, nei quali i professionisti italiani debbano iscriversi, con un riferimento all'area geografica nella quale operano, e mettere a disposizione di tutti i visitatori tariffari opportunamente commentati da esperti dell'ordine stesso, in modo da risultare comprensibili a tutti. Gli stessi ordini potrebbero creare degli indici per valutare in maniera obiettiva il rapporto qualità prezzo per ogni servizio.
Ciò comporterebbe vantaggi per tutti i soggetti coinvolti. Gli utenti, infatti, potrebbero così trovare più facilmente quello che cercano, senza doversi rivolgere ad amici ed amici di amici, nonché scegliere consapevolmente dopo aver opportunamente confrontato le varie opzioni a loro disposizione.
I professionisti, da parte loro, trarrebbero giovamento della maggiore visiblità garantita loro da questa sorta di "centri unici di smistamento" e vedrebbero finalmente premiata la qualità del servizio offerto rispetto alle reti di relazioni più o meno lecite che alcuni riescono a costruire a discapito degli altri. In più finalmente si riuscirebbe a dare un senso all'esistenza di queste realtà tipicamente italiane che sono gli ordini professionali, con grande beneficio anche per gli stessi iscritti che annualmente versano profumate quote di iscrizione senza ricevere servizi tali da giustificare la spesa. Insomma una proposta ragionevole che va incontro alle esigenze di tutti, senza segni politici prestampati. Chi vuole sostenerla?
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Thursday, November 26, 2009

Il destino di un Nobel


La notizia è di ieri: il governo della Norvegia ha presentato una protesta formale contro quello iraniano per aver confiscano il premio nobel a Shirin Ebadi, una ex-giudice ed avvocato delle repubblica islamica, attivista per i diritti umani, soprattutto delle donne e dei bambini. Lo aveva vinto nel 2003, proprio per il suo impegno su questo fronte.

A qualcuno potrebbe sorgere il dubbio, ma perché proprio ai norvegesi è venuto in mente di lamentarsi? La risposa è semplice: i cinque membri del comitato che assegnano il premio Nobel per la pace ogni anno sono nominati dal parlamento di Oslo.
Su Shrin Ebadi è possibile torvare molto materiale su internet. Ciò che mi interessa di più sottolineare, tuttavia, sono due aspetti del suo pensiero, che ella ha più volte espresso nelle numerose interviste e conferenze tenute in tutto il mondo (un po' meno in Italia...). In primo luogo la sua convinzione che l'affermazione dell'uguaglianza ontologica di tutti gli esseri umani, e dunque della parità dei loro diritti, non è assolutamente in contrasto con la fede islamica. Si tratta di un ideale tanto nobile quanto difficile da affermare. È storicamente innegabile, infatti, che la religione islamica possieda alcuni tratti caratteristici che contrastano fortemente con questa posizione e che sono difficilmente riconducibili ad essa. Tuttavia, lo sforzo intellettuale dei cosiddetti musulmani moderati di conciliare la loro fede, vissuta soprattutto nella sua dimensione emotiva e strettamente spirituale, meno in quella delle pratiche, con i principi di origine illuministica che, variamente declinati, sono oggi partimonio dell'umanità, è certamente encomiabile e va sostenuto in ogni modo. D'altra parte, anche il Cristianesimo, che pure si fonda su presupposti storico-ideoligici molto diversi, si è per secoli manifestato in forme oppressive ed oscurantistiche, che talvolta ancora affiorano in diversi ambienti.
Il secondo aspetto del pensiero di Ebadi che vorrei sottolineare è quello dell'affermazione che i cambiamenti politii che devono portatre ad una maggiore libertà e all'affermazione dei diritti umani in Iran, come in ogni altra nazione del mondo, non possano che essere prodotti dalla volontà delle nazioni stesse. Ella si è sempre espressa contro ogni tentativo di imporre il cambiamento dall'esterno, con la guerra o anche con le pressioni di natura economica, che producono sofferenza nel popolo e dunque lo inducono a stringersi attorno ai propri governanti. Anche questa posizione, teoricamente condivisibile, in pratica si mostra debole. Le proteste interne, infatti, come dimostrano la repressione delle proteste dopo le elezioni e la sua stessa storia personale di persecuzione, possono essere ignorate o soffocate nel sangue. Gli organismi internazionali non possono e non devono restare alla finestra ed osservare. Le sanzioni economiche, oltre che produrre l'effetto che dice Ebadi, possono anche dare più forza alla protesta, poiché il popolo affamato penso comprenda che i colpevoli della sua situazione sono proprio i suoi governanti. D'altra parte è pure vero che tutti gli interventi internazionali dovebbero essere concordati con i leaders delle opposizioni interne, qualora ce ne fossero e godessero di un seguito sufficiente. Un'ultima parola sulla questione nucleare. Ebadi ha di recente sostenuto che le aspirazioni nucleari dell'Iran sono legittime e che l'occidente se ne lamenta perché è più interessato alla propria sicurezza che al bene del popolo iraniano. Anche questo in parte è vero. Ma è pur vero che il fantasma di una guerra nucleare rappresenta una minaccia non solo per l'occidente ma per tutti. Questo l'occidente sembra averlo capito già da un po', tant'è che lo stesso organismo che ha premiato la signora nel 2003 ha conferito quest'anno lo stesso riconoscimento ad Obama proprio per il suo impegno sul fronte del disarmo. Sarebbe opportuno che adesso lo comprendessero anche quanti dicono di odiare l'occidente ma non vedono l'ora di imitarne gli aspetti più negativi.
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Tuesday, November 24, 2009

Giustizia si, Giustizia no

Il tormentone del momento: la Giustizia. Non discorsi filosofici in stile platoniano sulla sua definizione o sul come raggiungerla, ma zuffe all'italiana su chi debba essere sottoposto a giudizio e chi no. Ieri sera, 24 Novembre 2009, l'ennesimo atto di questa commedia a Ballarò, regist e direttore di scena Giovanni Floris.

Delle tante parole vuote, dei tanti discorsi pretestuosi che sono stati sviluppati, vorrei riflettere solo su un pensiero espresso da Luciano Violante, neo-eletto responsabile Giustizia del Partito Democratico di Bersani. Con un'acuta intuizione ha posto i termini della questione sul processo breve come uno scontro tra i due principi di democrazia, secondo il quale chi riceve il consenso degli elettori deve governare, e di legalità, che prevede che tutti i cittadini siano ugualmente sottomessi alla legge. Nonostante l'insistenza di tutti gli altri presenti, i due rappresentanti della maggioranza di governo, il ministro della giustizia Angelino Alfano ed il capogruppo della Lega Nord alla Camera Roberto Cota, hanno tenuto duro e hanno continuato ad insistere che il disegno di legge sul cosiddetto "processo breve" non serva a risolvere il problema giudiziario del Presidente del Consiglio, ma che si tratti invece di una riforma necessaria, nell'interesse di tutti gli italiani. Tuttavia, prima che il Lodo Alfano fosse bocciato dalla Corte Costituzionale, la discussione era, con chiarezza e senza ipocrisie, incanalata esattamente sui binari suggeriti da Violante: il centro-destra compattamente schierato a difesa del principio di democrazia, le oppposizioni, pur con toni diversi, ad insistere sulla necessità di mantenere la legalità. Se dunque si riuscisse a tornare ad approfondire questo tema, si potrebbe forse tentare di innalzare il livello della discussione e, soprattutto, cercare di confrontarsi sulle variabili, piuttosto che sui valori delle stesse. Intendo dire che il problema dell'equilibrio tra i due principi di cui sopra, per chi ha veramente a cuore il bene comune, riguarda la garanzia della stabilità della democrazia, non il salvataggio o la condanna una o più persone in particolare.
E dunque, come trovare questo giusto bilanciamento? Personalmente ritengo che la legge sia l'unica possibile garanzia contro il dilagare della prepotenza, tra persone e tra gruppi di persone. La legge è la garanzia della libertà, il bene più prezioso di ogni individuo. Amo la democrazia, intesa come il governo della maggioranza, ma non posso dimenticare che tutte le più terribili dittature della storia recente e meno recente sono nate proprio con il sostegno del "popolo" e della "maggioranza". Non voglio dire che in Italia si prepari l'instaurazione di una dittatura, ma certamente non si può ignorare che il fondamento dello stato liberale, all'interno delle cui istituzioni il principio democratico deve esprimersi, è la costituzione. Essa rappresenta il limite entro il quale il legislatore, democraticamente eletto, deve mantenersi per non trasformarsi in un dittatore. Il governante, dunque, deve rispettare tutte le leggi vigenti e, soprattutto deve assoltamente evitare di scriverne di nuove che siano in contraddizione con il dettato della costituzione. Non c'è dubbio, dunque, che il principio di legalità debba sempre prevalere, affinchè una qualche forma di democrazia sia possibile, la legalità rappresenta in qualche modo il presupposto per la democrazia. E mi stupisco, e mi indigno che questo sia divenuto un tema solo della sinistra, addirittura di quella parte della sinistra, a torto o a ragione, oggi considerata più radicale...
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Monday, November 23, 2009

Il nuovo PD

Ieri sera, 23 Novembre 2009, il neo-eletto vice-segretario del Partito Democratico Enrico Letta è stato ospite del programma "Otto e Mezzo", condotto da Lilli Gruber su La7. Nel corso della discussione sono emersi due temi che, secondo il dirigente PD, rappresentano il centro delle difficoltà dell'economia italiana, a prescindere dalla crisi internazionale. Il primo è quello dell'eccessivo peso della tassazione sul lavoro, il secondo è il basso livello di occupazione femminile e della quasi totale esclusione delle donne dalle stanze del potere in tutti i settori.

Non si può certo negare che si tratti di due problemi reali. Ma è appunto di questo che si tratta, di problemi, non di soluzioni. È chiaro che il contesto televisivo non permetteva di sviluppare il ragionamento. Tuttavia, se ce ne fosse stata la possibilità, le domande che avrei voluto porre a Letta sono quelle che naturalmente sorgono nella mente di ogni cittadino sufficientemente informato, quando si evocano questi temi.
Come si può ridurre le tasse, e dunque le entrate dello stato, senza abbassare ulteriormente il livello, già infimo, dei servizi che con quelle tasse si dovrebbero pagare? Come si fa a permettere alle donne l'acesso nei governi e nei consigli di amministrazione delle grandi aziende senza creare una sorta di discriminazione al contrario per la quale ciò che conta finiscano per essere sempre e solo gli organi genitali o le preferenze sessuali?
Insieme alle domande, con tutta la modestia che la situazione richiede, affiorano anche le risposte. La pressione fiscale a tutti i livelli, si può abbassare solamente razionalizzando la spesa e questa razionalizzazione si potrà ottenere solo quando i politici smetteranno di utilizzare il denaro pubblico come carburante per la propria carriera. Bisognerebbe dunque rendere chiaro, trasparente, visibile ed accessibile al pubblico ogni singolo passaggio di danaro proveniente dalle tasche del contribuente. Ogni cittadino comune dovrebbe quindi informarsi e decidere chi lo governerà, a livello nazionale ma anche e soprattutto a livello locale, in base al grado di utilità pubblica delle scelte di spesa operate dalle amministrazioni in carica o proposte dai nuovi candidati. Questo è ciò che accadrebbe in un paese normale. Ma non in Italia, per due motivi principali. L'italiano medio, infatti, è notoriamente abile nella lamentela, ma non vuole e non sa rinunciare al sistema delle clientele politiche dalle quali spera sempre prima o poi di beneficiare a livello personale. Il politico, da parte sua, non può certo scontentare il suo elettore. Per rompere questo circolo vizioso avremmo bisogno di uomini, non solo politici ma anche più in generale di educatori illuminati, che sappiano mostrare ai cittadini che il rispetto delle leggi e delle procedure garantisce libertà ed opportunità per tutti, ciò che di più vicino abbiamo alla "giustizia". Anche il problema dell'esclusione delle donne dai ruoli dirigenti è solo un altro aspetto dello stesso problema. Poiché in Italia si fa carriera sempre attraverso qualche forma di corruzione, che si paghi effettivamente una tangente o meno non è rilevante dal punto di vista morale, i meriti e le capacità degli individui contano poco o nulla. E senza una vera meritocrazia, anche in questo caso trasparente ed oggettiva, ogni tipo di "quota rosa" non sarà che una forma di discriminazione nei confronti degli uomini ed un'ulteriore occasione per giustificare scelte mosse da ragioni tutt'altro che "pure". Questo è il problema che l'intera società italiana, e la politica in quanto una delle sue espressioni più alte, dovrebbe porsi: la lotta al malcostume imperante a tutti i livelli. Senza questo cambiamento, qualunque proposta suonerà sempre come ispirata da qualche forma di populismo che sguazza nell'ignoranza e nell'irrazionalità generale.
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Monday, August 31, 2009

(In)fango o non (in)fango?


In un paese che sembra disinteressato alle grandi questioni, è naturale che ci si concentri sui pettegolezzi. La domanda è sempre la stessa: prima l'uovo o prima la gallina? La gente è istintivamente ed inevitabilmente attratta dal gossip, quanto più è torbido tanto meglio, e dunque i mass media rispondono a tale bisogno offrendo fango e inseguendo un legittimo guadagno. D'altra parte, la continua disponibilità di materiale di tale genere non fa che alimentare la fame morbosa di dettagli scabrosi, in un occidente in cui il confine tra giusto e sbagliato è ormai indistingubile, nascosto dallo smog delle nostre città.

Eppure è necessario distinguere. Un conto è impicciarsi della vita privata del divo di turno, dell'attore, del cantante, della modella, di gente che conduce la propria (ricca) vita e che, se non alla lontana, non determina il destino di alcuno se non il proprio.
Un altro affare è, invece, cercare di aggiungere dettagli all'immagine pubblica di persone che reggono le sorti di interi popoli. In democrazia, il cittadino è elettore, il potere e la responsabilità che ne deriva è, in ultima istanza, nelle sue mani. Questo è un principio che troppo spesso si dimentica, con il rischio di perdere di vista il senso ed il significato del ruolo che ad ognuno di noi è affidato. Il punto è che l'italiano medio è pigro. Non vuole informazioni perché ha troppa paura di finirne schiacciato, di non riuscire a gestirle e di dover poi sprecare tempo a catalogarle, ordinarle, e valuarle una alla volta, prima di recarsi alle urne. Ecco dunque che, sbrigativamente, seguendo una classe politica che gode di questa indolenza e che su di essa fonda le sue fortune, giudichiamo "gossippare" alcune notizie che, molto raramente, appaiono sulla stampa. È importante conoscere i retroscena della vita privata degli uomini pubblici? Credo che lo sia, in tutti i casi e in tutte le situazioni. Che rilevanza può avere l'abitudine al tradimento di un politico nella valutazione della qualità delle sue scelte? Ancora una volta stà al singolo eletore la decisione riguardo al peso da attribuire a questo genere di dati nella sua valutazione globale. Tuttavia, non si può negare a quanti ritengano che certe questioni contino, l'accesso alle informazioni. Ma questo non deve valere solo per i politici. Anche quanti si ergono a giudici sulle prime pagine dei giornali devono essere sottoposti allo stesso regime. È importante che ciascun lettore possa, se lo desidera, valutare la credibilità di un giornalista non solo sulla base della sua passata attività professionale ma anche della sua condotta di vita in generale. E questo non è gossip, ma semplicemente informazione, libera e completa, così rara nella nostra italietta... Dunque, cosa sarebbe accaduto negli ultimi giorni in Italia, se questo fosse stato un paese normale? Che il dottor Boffo, direttore dell'Avvenire, qualora si fosse sentito calunniato dalle affermazioni del direttore del Giornale, Vittorio Feltri, lo avrebbe querelato e la magistratura avrebbe, in tempi rapidi, deciso in merito. Si sarebbe poi preso la briga di difendere la sua posizione sia pubblicamente con i suoi lettori che privatamente con quanti riteneva di doverlo fare. In questa Italia ipotetica che non esiste, piena di persone di buon senso, nessuno si sarebbe pubblicamene lamentato del fatto che certe notizie vengano diffuse, poichè tutti si fidano della capacità di intendere e di volere dei signoli fruitori del mezzo di informazione, della sua abilità a valutare i dati e a farsi un'opinione che viene sempre e comunque rispettata, a prescindere dal fatto che la si condivida o meno. In questa Italia del XXII secolo (e non è un refuso), un'Italia intellettualmente e moralmente matura, non esistono 'scandali' ma solo informazioni utili ai cittadini per la loro legittima valutazione dell'attitudine dei potenti a ricoprire i loro ruoli di altissima responsabilità. L'Italia del futuro è una nazione nella quale nessuno si sente indispendabile, nessuno confonde il consenso elettorale con quello divino, ma tutti si sforzano, nel limite delle loro capacità, di offrire il proprio contributo al bene comune. È un sogno che forse prima o poi diventerà realtà.
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Saturday, August 8, 2009

My son didn't die in vain


This morning I got up at 6:30, as usual, and decided to watch some videos from CNN.com just to stay informed on the last events that occurred in the US and in the world. The problem is that here in Italy, especially if you cannot afford to pay good money for satellite TV, all you get is the sad sad news from the state TV (almost all the TVs here belong to one and same person...), which speaks almost exclusively of what happened yesterday in your backyard (well, I'm exaggerating, I know...).

What is worst, even if you decide to make Rupert Murdock richer than he already is, you'd only get access to CNN International, with this whole bunch of very English people with their very British accent... With all due respect, I prefer Atlanta... So, after a few minutes of browsing I came into this video, an interview by Rick Sanchez to the mother of an American soldier who died in Afghanistan a few weeks ago. The report also included some scenes from the military funeral at the Arlington Cemetery. The all thing was absolutely touching. Most of all, it was the intention of this woman in sharing her mourning that I found admirable. She wanted people to know that her son didn't die in vain because, apart from any political and tactical consideration on what has been going on in that remote land in the middle of Asia for the last eight years, Anthony went there to serve his nation, i.e. his fellow Americans. He didn't go there for any politician, or because he had no other choice, although the lack of alternatives could have played a role in that. Anyway, the main reason why he decided to join the army was that he loved America and what this great nation means for the entire world. Moreover, I found really enlightening, now that I know that I'm going to be a father in a few months, what Mrs Lightfoot said about letting our kids do what they consider to be best for themselves, just hoping and praying that the consequences of their choices do not become too hard to take for us. This is something that parents, because of their human fragility, too often forget. I know this well because I am still much more a son than I am a father. This weakness, the disposition to blur our desire to keep safe those we love with that to control their lives, which is determined by nothing but our fear to suffer, is something everybody, not just parents, should work on. Another brief consideration. The military setting is far from being perfect. I say this to comment the final statement of the journalist about saying "Thank you" to any soldier we find around. The ideals we appeal to when something very bad happens, service, sacrifice, love for freedom and for the whole mankind, are unfortunately not always in the eyes and of those who wear a uniform. But this does not mean that those who really believe in these principles should give up the fight to see them finally sincerely acknowledged by everybody everywhere, not by the force of the armies but because of the power they intrinsically have to penetrate into the hearts and the minds of men and women all over the world. So let's keep repeating that we all share these beliefs and maybe a time will come when we won't need to make war anymore.
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Tuesday, May 26, 2009

The Day After


Since 1969, on the last Monday of every year the United States celebrate the Memorial Day, to remember all the dead in military actions. Actually it is an ancient custom, initiated, according to official history, on May 5, 1866 in Waterloo, NY, to remember all those who had fallen in the civil war between the Union of the Northern States and the Confederation of the South.

This is a day in which we European too should join our American brothers to give thanks to all the young men and women who died to defend our lives and our freedom when we seemed to be able to think only in terms of tyranny and contempt for the human dignity. It is true that these are days in which Europe seems to be full of people who have already forgotten, or who are completely unaware of, the fact that it was not our ability with philosophical speculations, or our long and prestigious history, or our artistic talents, that saved us from Nazism and Communism. It was the braveness and the action-oriented stance of those living beyond the ocean that offered us one more opportunity to regain our way towards progress and liberty. Moreover, it is also true, as president Obama underlined in his speech for the first Memorial Day since his election at Arlington, that those who wear a uniform must be acknowledged as “the best of America” because of “their extraordinary willingness to risk their lives for people they never met.” Almost seventy years ago, we European were those people the American soldiers had never met.
On the other hand, when it comes to war and military actions in general a few more elements deserve to be added to the discussion, the day after, when the storm of commotion calms down. Values such as “love for the homeland,” “defense of one’s own identity,” “willingness to fight for one’s own beliefs” are usually treated as inspirational and absolutely positive values in our Occidental culture, and especially in the US. However, these same values are at the origin of many of the ideologies that led peoples in war against each other and against America too in the course of history. Specific, and someone would say naïve, interpretations of these same ideas are also at the origin of everyday conflicts between human beings. It seems the same old story about right and wrong wars, but it is not. Actually, there is no such thing as a right war. There are only evitable and inevitable wars, evitable and inevitable conflicts, depending on how much each of the contenders is afraid that not answering violently to a perceived threat will cause his complete annihilation and the final victory on Evil. I’m not among those who believe that there is no Right and Wrong, no Good and Evil. There is Good and there is Evil, and there are right choices and wrong choices. But no man is ontologically evil and nobody has ever made only good or bad choices in his/her entire life. Evil does not incarnate in any individual or group of individuals. Consequently, nobody who is animated by love for Good should consider his fellow human as an absolute enemy. This is why, as banal as it may seem, the best possible way to approach potential conflicts is dialogue. People must talk to each other, put aside biases, stop speculating about the negative intentions and attitudes of those they are confronting with, engage in the effort of deepening the analysis of what divides them to see if it actually regards principles that cannot be renounced, start the discussion from what they have in common, rather than from what they disagree on. This is the synthesis of that which is one of the more inspired and profound speeches offered by president Obama, the one spoken at the University of Notre Dame on May 17. Unfortunately, this is a very uncommon behavior and, what is even graver, this is especially true among politicians. Even in small towns, the perspective of gaining a little more power than others often unleashes the worst out of men. Easy, though unreliable and ill-chosen, categories like “conservative” versus “liberal,” “right” versus “left” are used to identify the friends and the enemies and, too often, the groups based on these identities only communicate with each other through insults and words of despise. Are we electors critical enough to ask to our representatives to stop using these tones and face the challenge of listening before speaking, of trying to understand before proponing our arguments as if they were our first and last word? How many little conflicts can be avoided by doing so? How many wars would then appear not that necessary after all? Let us honor our brave ones, and let us also keep working to build a world in which nobody will be forced to face the terrible choice between killing and seeing somebody else killed.

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Friday, May 22, 2009

Un Giorno a Monopoli...

Gianfranco Fini
"Il Parlamento deve fare leggi non orientate da precetti di tipo religioso". Questo il pensiero del presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini. Riecheggia dalle colonne dei giornali e dai meandri della rete, come un monito accorato quanto vetusto. Ritorna di tanto in tanto l'insegnamento dei padri della concezione liberale dello stato che, attraverso percorsi storici ed ideologici diversi, è giunto ad ispirare tutti i sistemi democratici moderni, quella democrazia che tutti diciamo di amare.

Il significato di questa affermazione è trasparente. Lo stato non può diventare lo strumento nelle mani di un gruppo che pone al centro della propria identità una dottrina religiosa per imporre il proprio punto di vista su coloro che non lo condividono. La funzione dello stato è quella di garantire il massimo grado di libertà possibile a ciscuno. La traduzione di questo principio in legge è tutt'altro che semplice ed immediata. Richiede confronto e dialogo, analisi delle problematiche connesse a ciascuna situazione specifica ed infine scelta tra le opzioni possibili. Questo processo dovrebbe svilupparsi a partire dalla società civile attraverso la libera espressione di tutte, ma proprio tutte, le opinioni, per poi trovare il suo compimento nelle aule del parlamento. Non si tratta solamente di un problema di difesa delle minoranze organizzate o visibili. Si tratta invece di rispettare e promuovere il bene più prezioso di ogni essere umano: il libero arbitrio. Nel fare ciò, lo stato involontariamente ha ottenuto ed ottiene un positivo effetto collaterale, quello di indurre le istituzioni religiose, e la gerarchia cattolica in particolare, a riconsiderare i propri obiettivi e gli strumenti che utilizza per perseguirli. Antonio RosminiLa difesa dell'uomo nella sua interezza deve necessariamente prevedere la salvaguardia della libertà di scelta dell'individuo. L'amore materno, e non ho motivo di dubitare che questo muova la gran parte di coloro che oggi dalle chiese tuonano contro le parole del presidente della camera, non può tradursi nell'imposizione ma nell'istruzione, nella proposta, nella spiegazione chiara e trasparente del proprio punto di vista, parlando ai cuori e alle menti. Da parte sua, l'individuo deve smettere di delegare ad altri le sue prerogative. Ogni uomo è chiamato a valuare e a scegliere giorno per giorno, istante per istante. Circondato da infinite possibilità, talvolta contrarie tra loro, talvolta complementari, l'individuo non può cercare scorciatoie, non deve affidare l'arduo compito della valutazione e della scelta ad altri, ideologi, leaders politici o religiosi. In prima persona egli dovrà affrontare le conseguenze delle proprie decisioni e a quel punto non potrà scaricare la sua eventuale sofferenza su altri. Ma per scegliere bene c'è bisogno di Cultura. Non basta imparare ciò che serve a guadagnare quanto basta per dedicarci a quelle attività che per un po' ci fanno dimenticare la nostra inquietudine di esistere. C'è bisogno di comprendere i processi attraverso i quali si sono formate le identità che oggi si scontrano, compresa quella che ciascuno di noi di tanto in tanto decide di sposare. Solo chi comprende con tutto se stesso è capace di scegliere e può fare esperienza del piacere della scelta consapevole. Chi aiuta a comprendere è il vero paladino della dignità umana, il vero umanista.
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Wednesday, May 13, 2009

Senza infamia e senza lode

Election Day: tempo di decisioni. Si scatena la caccia all'elettore. In un paese di poche migliaia di abitanti, diverse decine di candidati al consiglio comunale si contendono venti posti a tempo determinato, cinque anni di contratto a qualche decina di migliaia di euro all'anno che, di questi tempi, fanno davvero comodo.
La lotta è dura ma la motivazione non è di natura economica o, quanto meno, non stettamente salariale. Ciò che fa gola è il potere. Un potere estremamente limitato, ma sufficiente a garantire a chi lo raggunge lo status di notabile di paese, punto di riferimento per coloro che, in un contesto sociale dominato da una mentalità mafiosa, hanno bisogno di domandare favori per poter sopravvivere. Un potere sufficiente a sistemare un po' di parenti ed amici, ad autoconcedersi qualche lusso futuro come una bella villa in collina, a sentirsi per un po' parte di qualcosa di importante.
Parte puntale il valzer della campagna elettorale. Accuse reciproche di disonestà e gestione personalistica della cosa pubblica, appello ai più beceri sentimenti dell'uomo comune, mediamente ignorante e privo di senso critico, malcelate promesse di vantaggi illeciti, per altro puntualmente disattese. Gente che fino al giorno prima ti avrebbe calpestato i piedi senza nemmeno accennare ad un saluto, ora sventola vistosamente la mano da distanze siderali.
Ma ciò che fa più tristezza è sentir parlare di ideologie. C'è ancora chi credere che la gestione di un piccolo comune possa cambiare a seconda che ad accupare le poltrone della giunta ci siano i "comunisti", i "democristiani", i "fascisti" o un minestrone di tutte le verdure. C'è ancora chi furbamente proclama che le scelte possibili negli angusti spazi offerti dal bilancio miserevole di un piccolo comune di provincia possano davvero essere guidate da complicate deduzioni logiche da principi universali. Ne dubito. Ma dubito soprattutto che il materiale umano di cui disponiamo sarebbe in grado di dedurre alcunché, ove anche fosse possibile. Che qualche nostro candidato possa operare una scelta di destra o di sinistra, ma sempre orientata, in buona fede, al benessere del tessuto sociale del paese nel suo complesso, mi sembra davvero difficile da credere. E che la gran parte degli elettori possano percepire e valutare queste sottigliezze sembra ancora più incredibile. E dunque si prosegua, senza infamia e senza lode, accontentandosi di scegliere il meno peggio, valutando quel requisito minimo, non del politico ma dell'uomo, che è l'onestà personale. E in questo caso non si tratta proprio di una valutazione semplice... Ma senza mai perdere di vista la realtà, senza isolarsi in sogni entusiastici di perfezione utopistica che finiscono per favorire solo i più disonesti. Fa tristezza, ma non è certo una novità...
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Monday, May 11, 2009

The True Essence of Sports

I was watching a soccer game a few days ago. You know soccer, the most popular and, someone would say, the most beautiful sport in the world... It was one of the last games of the season, no motivation, nothing more to win, nothing to loose. Very little desire to be there, no will to fight at all on behalf of those on the pitch.
Yet, the stadium was full of people, fans of both the teams, singing and screaming to thank their idols for the last victory they got just a few day before. So, what was going on there? What is the point in acting on the field, in the worst sense of the term, when those who should be the main protagonists of the play are actually not even assisting? What is the true essence of sports? I am not speaking only of soccer but of every agonistic activity indeed. The same definition suggests the simplest of the answers: agonism. That's what makes you fight in every action, every second,  from the beginning to the end of the match and of the season, putting apart any consideration that surpasses the space of the present moment. It's absolute passion, unavoidable instinct that pushes you to fight loyally, within the boundaries of the perfect rationality of the rule. 
But people like victories, they like show, the perfection of technique, the magics of the phenomenon of the year. That's true, it's the product of an ill-bred taste that makes you forget what's the true meaning of what you keep watching on the screen. But if the pleasure truly is in participating to the loyal battle that takes place on the field, in a mutual exchange of particles of pure passion between the players and the spectators, than the so-called "show" doesn't matter and the either does the result. It's definitely better to assist to a defeat or to see the hopes of a promotion vanish, than seeing one of your favorite players avoiding the contrast, renouncing to run after an apparently too long toss, moving backwards in the injury time because "after all, we are winning 1-0" or, even worst, stumbling in the line of the box...
Someone once said: "What really matters is to participate, not to win;" Another one answered: "What really matters is playing well." But what if it was just all about fighting until the very end? From time to time the enraged voice of the moralists raises against the pharaonic salaries of the football players, which, of course, everybody contributes to pay. Experience teaches that a strong motivation can do miracles. Maybe we should just go down to watch the game of the amateurs who play every Sunday in the little pitch just behind our house to see the true show. Guys, I watch soccer but I prefer rugby!  
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