Thursday, November 26, 2009

Il destino di un Nobel


La notizia è di ieri: il governo della Norvegia ha presentato una protesta formale contro quello iraniano per aver confiscano il premio nobel a Shirin Ebadi, una ex-giudice ed avvocato delle repubblica islamica, attivista per i diritti umani, soprattutto delle donne e dei bambini. Lo aveva vinto nel 2003, proprio per il suo impegno su questo fronte.

A qualcuno potrebbe sorgere il dubbio, ma perché proprio ai norvegesi è venuto in mente di lamentarsi? La risposa è semplice: i cinque membri del comitato che assegnano il premio Nobel per la pace ogni anno sono nominati dal parlamento di Oslo.
Su Shrin Ebadi è possibile torvare molto materiale su internet. Ciò che mi interessa di più sottolineare, tuttavia, sono due aspetti del suo pensiero, che ella ha più volte espresso nelle numerose interviste e conferenze tenute in tutto il mondo (un po' meno in Italia...). In primo luogo la sua convinzione che l'affermazione dell'uguaglianza ontologica di tutti gli esseri umani, e dunque della parità dei loro diritti, non è assolutamente in contrasto con la fede islamica. Si tratta di un ideale tanto nobile quanto difficile da affermare. È storicamente innegabile, infatti, che la religione islamica possieda alcuni tratti caratteristici che contrastano fortemente con questa posizione e che sono difficilmente riconducibili ad essa. Tuttavia, lo sforzo intellettuale dei cosiddetti musulmani moderati di conciliare la loro fede, vissuta soprattutto nella sua dimensione emotiva e strettamente spirituale, meno in quella delle pratiche, con i principi di origine illuministica che, variamente declinati, sono oggi partimonio dell'umanità, è certamente encomiabile e va sostenuto in ogni modo. D'altra parte, anche il Cristianesimo, che pure si fonda su presupposti storico-ideoligici molto diversi, si è per secoli manifestato in forme oppressive ed oscurantistiche, che talvolta ancora affiorano in diversi ambienti.
Il secondo aspetto del pensiero di Ebadi che vorrei sottolineare è quello dell'affermazione che i cambiamenti politii che devono portatre ad una maggiore libertà e all'affermazione dei diritti umani in Iran, come in ogni altra nazione del mondo, non possano che essere prodotti dalla volontà delle nazioni stesse. Ella si è sempre espressa contro ogni tentativo di imporre il cambiamento dall'esterno, con la guerra o anche con le pressioni di natura economica, che producono sofferenza nel popolo e dunque lo inducono a stringersi attorno ai propri governanti. Anche questa posizione, teoricamente condivisibile, in pratica si mostra debole. Le proteste interne, infatti, come dimostrano la repressione delle proteste dopo le elezioni e la sua stessa storia personale di persecuzione, possono essere ignorate o soffocate nel sangue. Gli organismi internazionali non possono e non devono restare alla finestra ed osservare. Le sanzioni economiche, oltre che produrre l'effetto che dice Ebadi, possono anche dare più forza alla protesta, poiché il popolo affamato penso comprenda che i colpevoli della sua situazione sono proprio i suoi governanti. D'altra parte è pure vero che tutti gli interventi internazionali dovebbero essere concordati con i leaders delle opposizioni interne, qualora ce ne fossero e godessero di un seguito sufficiente. Un'ultima parola sulla questione nucleare. Ebadi ha di recente sostenuto che le aspirazioni nucleari dell'Iran sono legittime e che l'occidente se ne lamenta perché è più interessato alla propria sicurezza che al bene del popolo iraniano. Anche questo in parte è vero. Ma è pur vero che il fantasma di una guerra nucleare rappresenta una minaccia non solo per l'occidente ma per tutti. Questo l'occidente sembra averlo capito già da un po', tant'è che lo stesso organismo che ha premiato la signora nel 2003 ha conferito quest'anno lo stesso riconoscimento ad Obama proprio per il suo impegno sul fronte del disarmo. Sarebbe opportuno che adesso lo comprendessero anche quanti dicono di odiare l'occidente ma non vedono l'ora di imitarne gli aspetti più negativi.
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Tuesday, November 24, 2009

Giustizia si, Giustizia no

Il tormentone del momento: la Giustizia. Non discorsi filosofici in stile platoniano sulla sua definizione o sul come raggiungerla, ma zuffe all'italiana su chi debba essere sottoposto a giudizio e chi no. Ieri sera, 24 Novembre 2009, l'ennesimo atto di questa commedia a Ballarò, regist e direttore di scena Giovanni Floris.

Delle tante parole vuote, dei tanti discorsi pretestuosi che sono stati sviluppati, vorrei riflettere solo su un pensiero espresso da Luciano Violante, neo-eletto responsabile Giustizia del Partito Democratico di Bersani. Con un'acuta intuizione ha posto i termini della questione sul processo breve come uno scontro tra i due principi di democrazia, secondo il quale chi riceve il consenso degli elettori deve governare, e di legalità, che prevede che tutti i cittadini siano ugualmente sottomessi alla legge. Nonostante l'insistenza di tutti gli altri presenti, i due rappresentanti della maggioranza di governo, il ministro della giustizia Angelino Alfano ed il capogruppo della Lega Nord alla Camera Roberto Cota, hanno tenuto duro e hanno continuato ad insistere che il disegno di legge sul cosiddetto "processo breve" non serva a risolvere il problema giudiziario del Presidente del Consiglio, ma che si tratti invece di una riforma necessaria, nell'interesse di tutti gli italiani. Tuttavia, prima che il Lodo Alfano fosse bocciato dalla Corte Costituzionale, la discussione era, con chiarezza e senza ipocrisie, incanalata esattamente sui binari suggeriti da Violante: il centro-destra compattamente schierato a difesa del principio di democrazia, le oppposizioni, pur con toni diversi, ad insistere sulla necessità di mantenere la legalità. Se dunque si riuscisse a tornare ad approfondire questo tema, si potrebbe forse tentare di innalzare il livello della discussione e, soprattutto, cercare di confrontarsi sulle variabili, piuttosto che sui valori delle stesse. Intendo dire che il problema dell'equilibrio tra i due principi di cui sopra, per chi ha veramente a cuore il bene comune, riguarda la garanzia della stabilità della democrazia, non il salvataggio o la condanna una o più persone in particolare.
E dunque, come trovare questo giusto bilanciamento? Personalmente ritengo che la legge sia l'unica possibile garanzia contro il dilagare della prepotenza, tra persone e tra gruppi di persone. La legge è la garanzia della libertà, il bene più prezioso di ogni individuo. Amo la democrazia, intesa come il governo della maggioranza, ma non posso dimenticare che tutte le più terribili dittature della storia recente e meno recente sono nate proprio con il sostegno del "popolo" e della "maggioranza". Non voglio dire che in Italia si prepari l'instaurazione di una dittatura, ma certamente non si può ignorare che il fondamento dello stato liberale, all'interno delle cui istituzioni il principio democratico deve esprimersi, è la costituzione. Essa rappresenta il limite entro il quale il legislatore, democraticamente eletto, deve mantenersi per non trasformarsi in un dittatore. Il governante, dunque, deve rispettare tutte le leggi vigenti e, soprattutto deve assoltamente evitare di scriverne di nuove che siano in contraddizione con il dettato della costituzione. Non c'è dubbio, dunque, che il principio di legalità debba sempre prevalere, affinchè una qualche forma di democrazia sia possibile, la legalità rappresenta in qualche modo il presupposto per la democrazia. E mi stupisco, e mi indigno che questo sia divenuto un tema solo della sinistra, addirittura di quella parte della sinistra, a torto o a ragione, oggi considerata più radicale...
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Monday, November 23, 2009

Il nuovo PD

Ieri sera, 23 Novembre 2009, il neo-eletto vice-segretario del Partito Democratico Enrico Letta è stato ospite del programma "Otto e Mezzo", condotto da Lilli Gruber su La7. Nel corso della discussione sono emersi due temi che, secondo il dirigente PD, rappresentano il centro delle difficoltà dell'economia italiana, a prescindere dalla crisi internazionale. Il primo è quello dell'eccessivo peso della tassazione sul lavoro, il secondo è il basso livello di occupazione femminile e della quasi totale esclusione delle donne dalle stanze del potere in tutti i settori.

Non si può certo negare che si tratti di due problemi reali. Ma è appunto di questo che si tratta, di problemi, non di soluzioni. È chiaro che il contesto televisivo non permetteva di sviluppare il ragionamento. Tuttavia, se ce ne fosse stata la possibilità, le domande che avrei voluto porre a Letta sono quelle che naturalmente sorgono nella mente di ogni cittadino sufficientemente informato, quando si evocano questi temi.
Come si può ridurre le tasse, e dunque le entrate dello stato, senza abbassare ulteriormente il livello, già infimo, dei servizi che con quelle tasse si dovrebbero pagare? Come si fa a permettere alle donne l'acesso nei governi e nei consigli di amministrazione delle grandi aziende senza creare una sorta di discriminazione al contrario per la quale ciò che conta finiscano per essere sempre e solo gli organi genitali o le preferenze sessuali?
Insieme alle domande, con tutta la modestia che la situazione richiede, affiorano anche le risposte. La pressione fiscale a tutti i livelli, si può abbassare solamente razionalizzando la spesa e questa razionalizzazione si potrà ottenere solo quando i politici smetteranno di utilizzare il denaro pubblico come carburante per la propria carriera. Bisognerebbe dunque rendere chiaro, trasparente, visibile ed accessibile al pubblico ogni singolo passaggio di danaro proveniente dalle tasche del contribuente. Ogni cittadino comune dovrebbe quindi informarsi e decidere chi lo governerà, a livello nazionale ma anche e soprattutto a livello locale, in base al grado di utilità pubblica delle scelte di spesa operate dalle amministrazioni in carica o proposte dai nuovi candidati. Questo è ciò che accadrebbe in un paese normale. Ma non in Italia, per due motivi principali. L'italiano medio, infatti, è notoriamente abile nella lamentela, ma non vuole e non sa rinunciare al sistema delle clientele politiche dalle quali spera sempre prima o poi di beneficiare a livello personale. Il politico, da parte sua, non può certo scontentare il suo elettore. Per rompere questo circolo vizioso avremmo bisogno di uomini, non solo politici ma anche più in generale di educatori illuminati, che sappiano mostrare ai cittadini che il rispetto delle leggi e delle procedure garantisce libertà ed opportunità per tutti, ciò che di più vicino abbiamo alla "giustizia". Anche il problema dell'esclusione delle donne dai ruoli dirigenti è solo un altro aspetto dello stesso problema. Poiché in Italia si fa carriera sempre attraverso qualche forma di corruzione, che si paghi effettivamente una tangente o meno non è rilevante dal punto di vista morale, i meriti e le capacità degli individui contano poco o nulla. E senza una vera meritocrazia, anche in questo caso trasparente ed oggettiva, ogni tipo di "quota rosa" non sarà che una forma di discriminazione nei confronti degli uomini ed un'ulteriore occasione per giustificare scelte mosse da ragioni tutt'altro che "pure". Questo è il problema che l'intera società italiana, e la politica in quanto una delle sue espressioni più alte, dovrebbe porsi: la lotta al malcostume imperante a tutti i livelli. Senza questo cambiamento, qualunque proposta suonerà sempre come ispirata da qualche forma di populismo che sguazza nell'ignoranza e nell'irrazionalità generale.
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