
La notizia è di ieri: il governo della Norvegia ha presentato una protesta formale contro quello iraniano per aver confiscano il premio nobel a Shirin Ebadi, una ex-giudice ed avvocato delle repubblica islamica, attivista per i diritti umani, soprattutto delle donne e dei bambini. Lo aveva vinto nel 2003, proprio per il suo impegno su questo fronte.
A qualcuno potrebbe sorgere il dubbio, ma perché proprio ai norvegesi è venuto in mente di lamentarsi? La risposa è semplice: i cinque membri del comitato che assegnano il premio Nobel per la pace ogni anno sono nominati dal parlamento di Oslo.
Su Shrin Ebadi è possibile torvare molto materiale su internet. Ciò che mi interessa di più sottolineare, tuttavia, sono due aspetti del suo pensiero, che ella ha più volte espresso nelle numerose interviste e conferenze tenute in tutto il mondo (un po' meno in Italia...). In primo luogo la sua convinzione che l'affermazione dell'uguaglianza ontologica di tutti gli esseri umani, e dunque della parità dei loro diritti, non è assolutamente in contrasto con la fede islamica. Si tratta di un ideale tanto nobile quanto difficile da affermare. È storicamente innegabile, infatti, che la religione islamica possieda alcuni tratti caratteristici che contrastano fortemente con questa posizione e che sono difficilmente riconducibili ad essa. Tuttavia, lo sforzo intellettuale dei cosiddetti musulmani moderati di conciliare la loro fede, vissuta soprattutto nella sua dimensione emotiva e strettamente spirituale, meno in quella delle pratiche, con i principi di origine illuministica che, variamente declinati, sono oggi partimonio dell'umanità, è certamente encomiabile e va sostenuto in ogni modo. D'altra parte, anche il Cristianesimo, che pure si fonda su presupposti storico-ideoligici molto diversi, si è per secoli manifestato in forme oppressive ed oscurantistiche, che talvolta ancora affiorano in diversi ambienti.
Il secondo aspetto del pensiero di Ebadi che vorrei sottolineare è quello dell'affermazione che i cambiamenti politii che devono portatre ad una maggiore libertà e all'affermazione dei diritti umani in Iran, come in ogni altra nazione del mondo, non possano che essere prodotti dalla volontà delle nazioni stesse. Ella si è sempre espressa contro ogni tentativo di imporre il cambiamento dall'esterno, con la guerra o anche con le pressioni di natura economica, che producono sofferenza nel popolo e dunque lo inducono a stringersi attorno ai propri governanti. Anche questa posizione, teoricamente condivisibile, in pratica si mostra debole. Le proteste interne, infatti, come dimostrano la repressione delle proteste dopo le elezioni e la sua stessa storia personale di persecuzione, possono essere ignorate o soffocate nel sangue. Gli organismi internazionali non possono e non devono restare alla finestra ed osservare. Le sanzioni economiche, oltre che produrre l'effetto che dice Ebadi, possono anche dare più forza alla protesta, poiché il popolo affamato penso comprenda che i colpevoli della sua situazione sono proprio i suoi governanti. D'altra parte è pure vero che tutti gli interventi internazionali dovebbero essere concordati con i leaders delle opposizioni interne, qualora ce ne fossero e godessero di un seguito sufficiente. Un'ultima parola sulla questione nucleare. Ebadi ha di recente sostenuto che le aspirazioni nucleari dell'Iran sono legittime e che l'occidente se ne lamenta perché è più interessato alla propria sicurezza che al bene del popolo iraniano. Anche questo in parte è vero. Ma è pur vero che il fantasma di una guerra nucleare rappresenta una minaccia non solo per l'occidente ma per tutti. Questo l'occidente sembra averlo capito già da un po', tant'è che lo stesso organismo che ha premiato la signora nel 2003 ha conferito quest'anno lo stesso riconoscimento ad Obama proprio per il suo impegno sul fronte del disarmo. Sarebbe opportuno che adesso lo comprendessero anche quanti dicono di odiare l'occidente ma non vedono l'ora di imitarne gli aspetti più negativi.
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